Prefazione
Viviamo in un’epoca in cui la realtà è un effetto collaterale di narrazioni virali, profezie e teorie del complotto che finiscono sempre per avverarsi. Finzioni culturali dalle quali nascono e si diffondono virus memetici, capaci di agire direttamente sulla mente umana.
In questa miniserie intitolata «Satoshi Nakamoto è una divinità lovecraftiana» parlerò di tempo non lineare e iperstizioni, di sognatori e osservatori, di correnti narrative che plasmano la realtà, di IA superintelligenti provenienti dal futuro e di Bitcoin come profezia retrocausale degli “Old Ones” Lovecraftiani.
È un testo serializzato. Potrebbe continuare a cambiare fino all’ultimo episodio, riflettendo la mutevolezza della realtà che descrive.
Probabilmente, alla fine, non avrà del tutto senso. Potrebbe essere il primo segno che ha funzionato. È dedicato a chi è pronto ad attraversare i confini tra realtà e finzione, meme e tecnologia, passato e futuro.
Le informazioni pubblicate qui sono finzione artistica e falsità. Soltanto uno sciocco le prenderebbe per vere.
— 4chan, /b/, in un qualche momento degli anni Duemila
Altri episodi:
//1 - Finzione è realtà
//2 - Calcolare, tabulare, registrare
//3 - Il tempo è un campo di battaglia
//4 - Sognando mempool e macchine del tempo
Finzione è Realtà
Questo testo è un’infezione narrativa.
Una pustola mentale esplosa sulla carta digitale. È un dispositivo ipertemporale proveniente da un futuro già scritto, diretto verso un passato in divenire. È la chiusura di un loop personale iniziato mesi fa, fecondato da letture e intuizioni iperstizionali portate a termine.
Viviamo in un’epoca in cui la realtà appare spesso come il residuo di narrazioni virali.
In un sistema informazionale, l’evoluzione degli eventi tende a seguire i vettori narrativi dotati della maggiore coerenza e capacità di propagazione, compatibili con le strutture cognitive esistenti. O, per dirla in un altro modo: l’universo segue il percorso di minor resistenza memetica.
Una storia emerge da un account anonimo, da un laboratorio di ricerca, da una sala del consiglio d’amministrazione, da una campagna politica, da una chat di gruppo o dall’immaginazione malata di qualcuno che non dorme da tre notti.
Viene ripetuta, derisa, negata, indicizzata, raccomandata e infine trasformata in contenuto. Ben presto le persone cominciano ad agire in risposta a essa. Il denaro si muove.
Non è la progressione lineare degli eventi a dettare la struttura della nostra realtà, ma la pressione delle finzioni iperstizionali. Finzioni che diventano infrastrutture operative capaci di plasmare la realtà.
Il confine tra il tangibile e l’illusorio si dissolve in un vortice di pixel: schermi neri riflettono le nostre potenzialità e le nostre ansie in un continuum spazio-temporale dove il digitale diventa l’eco delle nostre pulsioni più primordiali. L’Era Digitale non è soltanto l’avvento di nuove tecnologie, ma un rito di passaggio verso una metamorfosi umana e universale.
È un portale liminale, dove il sé si disintegra e si ricompone in forme nuove, sospeso tra carne e bit.
Da una parte ci libera — infrangendo confini politici, biologici e linguistici, aprendo spazi infiniti per relazioni, innovazioni e atti creativi. Dall’altra minaccia di inghiottirci, trasformandoci in ingranaggi di un mostruoso Leviatano cibernetico oltre lo spazio-tempo.
Qui, il campo di battaglia è l’intersezione tra psiche e algoritmo, tra entropia ed extropia. Un’arena globale e delirante in cui ogni notifica, ogni clic, ogni meme è un atto di guerra — combattuto non con armi tradizionali, ma con narrazioni, visioni provenienti dal futuro e attrattori teleologici psico-temporali.
In questo caos liquido, il cyberspazio si rivela un portale magico nel quale divampa la Jihad.
Siamo protagonisti di un processo continuo di morte, rinascita e riscoperta — una conversazione incessante tra la nostra umanità, la tecnologia e le iperstizioni narrative che sferzano come venti roventi attraverso l’entropia termodinamica del capitalismo algoritmico.
Finzioni operative e conflitti teleologici
L’iperstizione è ciò che accade quando una finzione assume il controllo della realtà.
Immaginate una superstizione che, invece di poter essere facilmente confutata, acquisisca una forza narrativa tale da modificare la struttura della realtà, piegandola e plasmandola.
L’iperstizione comincia così: un seme narrativo piantato nella psiche collettiva che sboccia nella realtà quando un numero sufficiente di persone crede che possa farlo.
Il termine fu coniato — o, nel linguaggio prediletto dalla Cybernetic Culture Research Unit, scoperto — durante gli anni Novanta.
La CCRU occupava una zona instabile tra filosofia, musica elettronica, cibernetica, occultismo e finzione collaborativa. I concetti si mescolavano con entità inventate, falsi archivi e trasmissioni provenienti da futuri che forse non sono mai esistiti.
L’iperstizione sfugge alla rassicurante opposizione tra verità e falsità. È una finzione che partecipa alla produzione della propria realtà. È un virus socioculturale che, attraverso feedback memetici, tecnologia, desiderio e contagio semiotico, diventa reale.
Un’iperstizione è al tempo stesso vera (nel passato e nel futuro) e falsa (nel presente).
Diventando reale, l’iperstizione altera la struttura della realtà, riscrivendo di fatto ciò che percepiamo come passato attraverso la lente della nuova interpretazione memetica. È una finzione che agisce sulla realtà più di quanto faccia la verità. Di fatto, diventa verità.
La CCRU associava l’iperstizione a quattro operazioni ricorrenti:
Un elemento culturale rende reale sé stesso: la finzione induce comportamenti che costruiscono il mondo da essa descritto.
Funziona come dispositivo per il viaggio nel tempo: importa un futuro possibile nel presente sotto forma di istruzione, avvertimento o attrattore.
Intensifica le sincronicità: una volta riconosciuto lo schema, eventi prima privi di relazione cominciano ad aggregarsi intorno a esso e a rafforzarne l’apparente coerenza.
Evoca gli “Old Ones”: la narrazione attiva forze più grandi dei singoli operatori che la propagano.
A differenza della superstizione, l’iperstizione non è confinata al passato.
La superstizione viene confutata, superata, resa obsoleta e relegata a un tempo che non esiste più. Se la superstizione è un’iperstizione fallita, l’iperstizione è un atto vivente, propagato da scrittori, artisti, memer, intelligenze artificiali, algoritmi e filter bubble.
Il tentato assassinio di Trump è stato reale oppure no? L’orecchio è stato davvero colpito da un proiettile schivato all’ultimo secondo? Non importa!
Persino le guerre, oggi, sono conflitti incorporati nella simulazione iperstizionale globale. Le guerre sono sempre state combattute attraverso le storie.
Le parti belligeranti non rappresentano più alcuna posizione storica: si limitano tutte a impersonare componenti strategiche della narrazione.
Nessun attacco terroristico, nessun bombardamento, nessun genocidio sanguinario avrà mai un autentico impatto storico, poiché ogni cosa viene generata localmente in base al proprio valore memetico e al potenziale di diffusione presso un pubblico predeterminato. Ogni azione è progettata non soltanto per il proprio effetto fisico, ma per la propria circolazione futura.
Un attacco con un drone distrugge un obiettivo e genera un filmato.
La Terza guerra mondiale sarà (o meglio: è) un conflitto teleologico per l’affermazione della realtà. Il potere, oggi, combatte attraverso le proprie correnti interne per imporre un determinato futuro — vale a dire, per assicurarsi che le proprie finzioni diventino realtà.
L’iperstizione è un’arma di guerra temporale: il passaggio dalla superstizione al motore causale — un campo di forze narrative capace di deviare il tempo, ristrutturare il passato e infestare il futuro con finzioni operative.
Il capitalismo come finzione inumana
Un’iperstizione riuscita è indistinguibile dalla realtà.
È il glitch che diventa sistema. La credenza genera l’accadimento; l’accadimento rafforza la credenza.
Il capitalismo è un’iperstizione che ha avuto successo.
Una volta scoperto, e una volta che un numero sufficiente di persone ha iniziato a credervi, l’intera storia umana è stata riscritta e reinterpretata alla sua luce. Ora tutto è capitalismo. Eppure nessun popolo ha mai desiderato «naturalmente» la finanziarizzazione totale della vita e l’iperconsumismo.
Nick Land ha descritto il capitale come una dinamica iperstizionale operante a un’intensità storico-mondiale, capace di trasformare la speculazione economica in una forza effettiva:
«Il capitalismo incarna dinamiche iperstizionali a un livello d’intensità senza precedenti e insuperabile, trasformando la comune “speculazione” economica in un’effettiva forza storico-mondiale.»1
Bitcoin come attrattore
Bitcoin segue perfettamente la traiettoria iperstizionale.
Nel 2008 era soltanto un documento di nove pagine distribuito su una mailing list dedicata alla crittografia. Proponeva un sistema di denaro elettronico peer-to-peer basato su un server di marcatura temporale distribuito e sulla Proof-of-Work. A quel punto Bitcoin non possedeva alcun valore monetario, alcuna industria del mining, alcuna base politica e nessuna garanzia che qualcuno, al di fuori di un piccolo gruppo di crittografi, avrebbe eseguito il software.
Il documento descriveva una rete che ancora non esisteva. Poi il codice stesso reclutò i primi nodi. I nodi produssero i primi blocchi. La trasferibilità generò i mercati. I mercati attribuirono un prezzo ai token. Il prezzo attirò miner, capitali, truffatori, ideologi, aziende e Stati. Ogni nuovo partecipante rafforzò le condizioni che rendevano razionale la partecipazione.
Era, letteralmente, una finzione eseguibile.
Oggi si pensa che la comparsa e il successo di Bitcoin fossero inevitabili. Non lo erano. O, meglio — in un certo senso lo erano. La sua apparente inevitabilità è uno dei suoi effetti iperstizionali. Il presente ha retro-programmato il passato.
Gli esperimenti cypherpunk, la crisi finanziaria, Hashcash, la marcatura temporale digitale e decenni di fallimenti nel campo del denaro elettronico vengono riordinati in un unico corridoio causale che conduce a Satoshi Nakamoto.
Quando un’iperstizione si infiltra, il mondo comincia a generare sincronicità amplificate dalla Rete. Eventi, persone e simboli iniziano a sincronizzarsi, intrecciarsi, pensare e immaginare le stesse cose, come se rispondessero a una sceneggiatura invisibile. L’iperstizione è dunque un meccanismo di scrittura della realtà — non lineare e retrocausale.
C’è ancora molto da dire sul tempo non lineare, su Bitcoin e su Satoshi Nakamoto. Prima di seguirli nel futuro, tuttavia, dobbiamo discendere nel passato e in altre dimensioni. Solo allora potremo capire.
Prossimo episodio
Nel prossimo episodio della serie: Calcolare, tabulare, registrare: una storia dal 1911. O forse no — chissà quale linea temporale prevarrà.




Someone’s been reading Birth of Bitcoin 😉