Il primo taglio
Algoritmi, metadati e la fine della conversazione in un mondo "terminally online".
Una persona a cui non piaccio — e che pure legge tutte le mie note — mi ha scritto che, da come parlo, sembro “terminally online”.
Non so se lo intendesse come insulto o come diagnosi. La nota che ha suscitato il commento era questa:
L’affermazione mi ha fatto riflettere: sono “terminally online”? Che significa “passare troppo tempo su Internet” in un’epoca in cui tutto è Internet?
La mia mattina inizia preparando la colazione per la famiglia: yogurt intero, caffè americano. A volte usciamo e andiamo al bar. Parliamo, ridiamo, guardiamo la gente passare.
Poi esco a correre. Trenta minuti, più o meno sempre lo stesso percorso. Tornato a casa faccio un po’ di stretching e poi medito in ginocchio per qualche minuto davanti alla lampada per la red light therapy.
Se qualcuno mi osservasse da fuori, direbbe che sono perfettamente offline. Eppure lo smartphone che ho in tasca, la mia appendice cibernetica, è sempre connesso: dalla playlist di Spotify che mi accompagna fino alle notifiche delle chat su Telegram e Whatsapp.
Poi mi siedo davanti al PC. SharePoint, email, documenti, videochiamate. Batto ritmicamente i tasti della mia tastiera meccanica, occhi piantati sullo schermo OLED da 32” mentre sorseggio la seconda tazza di caffè americano e accendo una sigaretta. La realtà si sfuma: mentre lavoro appartengo più al mondo reale o al cyberspazio?
Dopo pranzo, quando posso, esco in giardino a prendere il sole. Il silenzio, il corpo che si rilassa e gli occhi chiusi. A volte mi alleno: corpo libero, shadowboxing. Nessuno schermo, nessuna notifica. La sera è impegnata tra il preparare la cena e finire le ultime cose rimaste in sospeso. Un paio di volte a settimana esco per praticare muay thai in palestra; capita che qualcuno faccia foto e video da caricare online.
Poi nel mezzo della giornata, quasi senza accorgermene, ci sono i social. Piccoli varchi sul cyberspazio. Controllo Substack. Apro X. Scorro qualche reel su Instagram.
Non so se sono più o meno online di altri.
Quando ero più giovane so per certo che passavo tanto tempo online. Videogiochi soprattutto. L’urlo di dolore del modem 56k, prima che passassimo all’ADSL, segnalava l’ingresso nel cyberspazio. E lì, in chat o su Teamspeak c’erano gli amici ad aspettarmi.
Prima c’era un momento preciso in cui si entrava online. Ora quel momento non esiste più. Non è una questione di quantità. È una questione di struttura. Ogni relazione o azione prima o poi passa da un sistema online. Anche quando non sto guardando uno schermo, sto vivendo dentro un ecosistema che è stato progettato, ottimizzato, misurato e che vive esclusivamente sulle dorsali in fibra ottica che corrono sui fondali marini.
Appurato che è il mondo in cui viviamo ad essere terminally online, ho voluto comunque cercare di individuare cosa possa significare per me essere terminally online. E ci ho pensato per tutta la settimana di Pasqua, mentre ero nel giardino dei miei genitori a prendere il sole e organizzare l’inevitabile grigliata.
Penso che più di tutti, almeno nel mio caso, sia Instagram ad avere un effetto negativo sul bilanciamento realtà:cyberspazio. Non per una questione di tempo d’utilizzo, ma per la sua struttura tossica.
Dovete sapere che io sono una persona generalmente triste. Lo sono da sempre, con alti e bassi, tanto da non farci quasi mai neanche caso.
Non lo dico per autocommiserarmi, è solo un’osservazione. Tanto tempo fa una ragazza mi disse: “ci credo che sei sempre triste — guarda che musica ascolti!”. Avevo circa 15 o 16 anni e ascoltavo grunge, death metal e rock di vario tipo. Roba che spesso poteva suonare deprimente o assurda a un orecchio abituato a Britney Spears.
Sono i contenuti a modificare il nostro equilibrio emotivo, oppure siamo noi a ricercare contenuti che rispecchiano il nostro mondo interiore?
Finora, ero convinto che fosse la seconda opzione. L’affermazione della ragazza per me non ha mai avuto senso: “non sono certo i Nirvana a rendermi triste! Sono fatto così e basta.” — vorrei dirle ora, se mi ricordassi il suo nome.
Instagram però è una bestia diversa. L’ho capito facendo un esperimento di metacognizione, per così dire. Mentre assorbivo tutto ciò che mi proponeva l’algoritmo nei reel consigliati, osservavo il modo in cui il mio umore cambiava.
Bastava poco: un cuoricino a un estratto di Bojack Horseman e un secondo in più passato sul video con Nutshell degli Alice in Chains come soundtrack erano sufficienti a iniziare una discesa infernale in un non-luogo fatto di reel sempre più deprimenti e oscuri; contenuti brevi, pensati in superficie per intrattenere o informare senza esitazione, ma che in qualche modo finivano per avere un impatto tangibile sul mio umore.
Dieci minuti — il tempo di un paio di canzoni — erano sufficienti per notare la differenza.
Non so quali siano i meccanismi psicologici alla base di questo fenomeno, ma so che guardare dieci minuti di reel non è lo stesso che ascoltare dieci minuti di musica. Guardare quei reel modificava in modo tangibile, e in peggio, il mio umore.
L’algoritmo di Instagram è estremamente efficiente nel suo reinforcement loop emotivo: misura le micro-interazioni coi contenuti proposti e si adegua in tempo reale. Gradienti minimi, con effetti cumulativi. È uno specchio deformante che ingegnerizza e amplifica, trasformando lo stato emotivo in Big Data.
E poi c’è un’altra questione. Le interazioni tra utenti.
Gli incentivi su Instagram trasformano anche i gesti spontanei in un circuito chiuso: reagisci, vieni misurato, vieni ri-esposto a ciò che ti ha fatto reagire.
L’essere umano smette di essere un soggetto e diventa un insieme di segnali: metadati, frequenze, pattern. Un nodo in un grafo sociale.
Me ne sono accorto in modo banale. Su Instagram interagisco con le persone — anche quelle che conosco nella “vita reale” e a cui voglio bene — quasi esclusivamente quando pubblicano una storia o quando compare un meme da condividere. Come se il rapporto esistesse solo quando attivato da un trigger algoritmico.
Anni fa scrivevo qui della differenza tra comunicazione e conversazione dal punto di vista della cibernetica, riprendendo Gordon Pask (qui).
La comunicazione è trasmissione: scambio di segnali. La conversazione è un’altra cosa: è trasformazione reciproca, attrito, apprendimento. È un circuito di feedback tra esseri umani.
Su Instagram, e presumo ogni altro social simile, la conversazione viene meno: il meccanismo di feedback / feedforward non è più tra le persone impegnate nella conversazione, ma è tra le persone e il Sistema algoritmico che filtra, regola, incentiva o disincentiva. Non è conversazione, ma reazione. E chi non produce segnali utili al Sistema scompare dal modello.
Ieri ho tagliato il prato. Il primo taglio della stagione. Il giardino era pieno di soffioni, cresciuti e diffusi ovunque mentre ero via per Pasqua.
Al passaggio del tagliaerba esplodevano in nuvole leggere, migliaia di semi pronti a depositarsi altrove, come pattern autoreplicanti. Per un attimo ho avuto la sensazione di vedere il meccanismo da fuori. Poi ho preso una decisione: disattiverò il mio account Instagram.
Se ti sei riconosciuto in questi meccanismi, il problema non è Instagram. È l’infrastruttura in cui viviamo. Nel Digital Grimoire ti spiego esattamente cosa accade e come puoi posizionarti meglio nel Panopticon Digitale che ci circonda.
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