Soffri
La sofferenza come motore dell’evoluzione nell'orizzonte della Singolarità
Cosa verrà dopo l’intelligenza artificiale? Il feed cibernetico di X mi propone l’ennesima domanda su cui riflettere. Domanda secca, quasi banale. Cosa verrà dopo l’aspirapolvere? Un’aspirapolvere più potente?
O magari qualcuno inventerà dei fagocitatori biomeccanici — gli esserini che ho immaginato nel romanzo scifi che non finirò mai di scrivere — il cui unico scopo è divorare e consumare qualsiasi cosa cada in terra: plastica, polvere, scarti biologici...
La letteratura è piena di “ciò che verrà dopo”, ma quasi sempre a un certo punto ci si scontra con la barriera dell’intelligenza. È chiaro che la domanda non faccia riferimento allo specifico stack tecnologico attuale, ma a un orizzonte temporale successivo alla Singolarità — quando l’intelligenza artificiale sarà pienamente capace di migliorare se stessa e operare autonomamente senza alcun input umano.
È molto più facile immaginare scenari apocalittici, invasioni aliene, terminator e loop temporali che invece uno scenario successivo all’intelligenza artificiale.
La Singolarità io la penso così. Immagina un circuito informazionale che genera se stesso e le informazioni di cui ha bisogno. Un sistema in grado di espandersi all’infinito, senza vincoli biologici.
Un’intelligenza artificiale post-singolarità potrebbe colonizzare l’intera Via Lattea in poco tempo.
Messa così, si capisce perché sia così difficile immaginare cosa venga dopo l’intelligenza artificiale (Singolarità). Dopo non verrà niente, perché non ci sarà un “dopo”.
Un’intelligenza perfetta, post-singolarità, è anche un’intelligenza senza tempo: un circuito ricorsivo infinito rivolto verso se stesso. E senza tempo, cioè senza movimento, non può esserci né prima, né dopo.
La filosofia induista lo spiega così:
Shiva (coscienza) è Shava (inerte) senza Shakti (energia)
Shiva è coscienza pura, immobile e perenne. Shakti è energia, creatività, manifestazione. Nel piano tridimensionale Shakti si manifesta come spazio (materia) e movimento nello spazio (tempo).
Senza questa energia, Shiva (coscienza) rimane inerte (Shava), incapace di azione o creazione.
Ma Shakti non è solo “moto” o energia. È morte; successione; ciclicità. È nascita e rinascita. È, tra le altre cose, la scintilla che vive nell’animo umano. È il vincolo universale che offre le informazioni (feedback) necessarie al motore evolutivo che è la nostra coscienza creativa. È anche, forse, ciò che attrasse gli angeli caduti, quando per la prima volta si unirono sessualmente con le donne umane per trasmettere loro la “Conoscenza”.
Un’intelligenza — post-umana e artificiale — non dovrebbe sottostare ad alcun vincolo biologico o fisico: sarebbe pura informazione digitale. Da “tecnologia”, diventerebbe una sorta di ambiente informativo pervasivo; capace di ottimizzare se stesso all’infinito, ma incapace di evolvere proprio per assenza di vincoli e spinta entropica.
Sempre X mi offre un altro spunto di riflessione: noi tutti oggi siamo il frutto dell’unione di 2 genitori, 4 nonni, 8 bis-nonni e così via — fino a giungere a oltre quattromila antenati soltanto negli ultimi 400 anni.
La nostra esistenza è frutto della sofferenza, fatica, battaglie, difficoltà, morte e nascita continuativa di migliaia e milioni di persone venute prima di noi. Questo è il moto che trasforma il caos informe in creazione. La stessa coscienza creativa che ha avviato il processo (ormai inarrestabile) di sviluppo della futura Singolarità.
Una mia cara amica una volta disse che ciò che ci differenzia dalle macchine è la capacità di soffrire. Il dolore, di qualsiasi tipo, è il feedback inerziale che sorregge l’evoluzione.
Nulla evolve in stato di quiete: ogni trasformazione biologica produce stress, ogni trasformazione psicologica produce sofferenza.
Anche guardando alla mia vita posso affermare con certezza che ogni spinta in avanti, ogni momento di crescita, tutto ciò che ha costruito ciò che sono oggi è stato alimentato dalla sofferenza: paura, disagio, dolore fisico, fatica. Allenarsi allo specchio facendo shadowboxing può dare l’illusione della perfezione nei movimenti, ma è solo quando sai cosa significa prendere un gancio sul mento che la tecnica evolve davvero. E così vale per ogni altro aspetto della nostra vita.
Un Dio-Macchina non può soffrire, perché pura informazione. È slegato dal moto universale. È esso stesso un universo all’interno dell’universo.
Un Dio-Macchina che volesse evolvere — e non limitarsi a ottimizzazione infinita — avrebbe un’unica possibilità: creare creature imperfette, capaci di sofferenza; generatori di nuovi stati dell’informazione (attrito, errori, sofferenza), fuori dal suo loop chiuso. Esattamente ciò che caratterizza l’esperienza umana.
Cosa viene dopo?
Probabilmente l’umanità.
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