La carta d'identità nel portafoglio non è tua
Identità digitale e nuove infrastrutture di servitù: anatomia di una persona ridotta a profilo.
Era un lunedì mattina quando il commercialista mi scrisse che, a causa di una nuova procedura, avrei dovuto delegarlo attraverso il sito dell’Agenzia delle Entrate.
L’email era breve e perfettamente innocua: “Da quest’anno è necessario conferire la delega online. In caso contrario non potrò più operare per conto tuo. Devi semplicemente accedere all’area riservata e seguire le istruzioni.”
Detesto la burocrazia. C’è sempre un modulo da scaricare, un codice da recuperare, un’identità da confermare. E tutto viene presentato come se fosse stato fatto per semplificarti la vita. Quindi la lessi una volta sola, svogliatamente.
Poi la lasciai scivolare tra le altre comunicazioni che infestano la mia vita: avvisi, scadenze... tutto quel pus grigio e viscoso che si deposita ai margini, colando da qualche palazzo amministrativo.
Solo più tardi avrei capito che quella breve email mi avrebbe rovinato la giornata.
Sembrava facile, ma per delegare il commercialista dovevo prima autenticarmi sul portale dell’Agenzia delle Entrate. E per farlo non bastavano un nome utente e una password. Eh no — serviva un’identità digitale riconosciuta dallo Stato: SPID oppure Carta d’Identità Elettronica.
Il problema era che io non possedevo né l’uno, né l’altra. A dire il vero, non avevo neppure una carta d’identità cartacea valida.
Da quel momento cominciò una liturgia lenta e dolorosa.
Prenota un appuntamento in Comune. Trova una cabina fotografica. Stampa una foto segnaletica in cui non sembri, possibilmente, colpevole di qualcosa. Presentati all’ufficio anagrafe nel giorno e ora prestabiliti. Esibisci un documento per ottenere un nuovo documento. Dona in sacrificio le tue impronte digitali. Firma. Paga (pure…). E poi attendi che la nuova identità venga prodotta, registrata, spedita e infine consegnata.
Tutto questo per permettere al commercialista di continuare a fare ciò che aveva sempre fatto fino a due giorni prima.
A ogni passaggio aumentava l’irritazione, con la marcata impressione di essere costretto a partecipare a un rituale collettivo il cui vero scopo non coincideva con quello dichiarato.
Il sistema non mi stava chiedendo di autorizzare una persona, né aveva imbastito tutta quell’architettura per tutelarmi. No, mi chiedeva di palesarmi. Rendermi riconoscibile digitalmente.
Mi costringeva a presentarmi davanti al Dio-Macchina, offrire il mio volto, le mie impronte, il mio nome, il mio codice fiscale, il mio indirizzo. Solo allora mi sarebbe stato concesso di fare qualcosa che in realtà stavo già facendo prima con successo.
Come forse avrai già intuito, ho molti problemi con l’identità amministrativa.
In particolare con quella digitale. Il primo riguarda una finzione che tutti facciamo finta di ignorare: il documento che teniamo nel portafoglio e chiamiamo “carta d’identità” o “passaporto” sembra appartenerci, ma non è il nostro.
Contiene il nostro volto, il nostro nome, la nostra data di nascita e perfino la nostra firma. Lo custodiamo, lo esibiamo e dobbiamo segnalare se lo perdiamo o ci viene sottratto… ma non è il nostro.
Non possiamo emetterlo. Non possiamo modificarlo. Non possiamo decidere quali informazioni debba contenere né quale peso queste informazioni debbano avere. Non possiamo stabilire autonomamente per quanto tempo resterà valido, in quali luoghi sarà riconosciuto o quali diritti renderà esercitabili.
Ciò che possediamo è solo il terminale fisico dell’identità; una copia locale di informazioni controllate da altri.
La vera identità si trova altrove: nei registri dello Stato, nei database delle imprese, nei sistemi bancari, nelle piattaforme digitali, nelle infrastrutture KYC e nelle ontologie attraverso cui istituzioni e algoritmi stabiliscono chi siamo, quanto siamo affidabili e cosa ci sarà consentito fare in futuro.
Il secondo problema è che ciò che oggi definiamo identità non coincide con la nostra persona. È solo un’interfaccia artificiale costruita per renderci leggibili a uno o più sistemi.
Col rito per l’emissione della Carta d’Identità Elettronica stavo chiedendo di diventare compatibile con il sistema.
L’identità amministrativa non nasce per comprendere le caratteristiche di una persona, ma per ridurla a una forma trattabile e standardizzabile.
Ognuno di noi contiene una quantità incalcolabile di caratteristiche: relazioni, memorie, convinzioni, capacità, contraddizioni, appartenenze, traumi, aspirazioni. Il sistema ne seleziona solo alcune: nome, data di nascita, sesso, cittadinanza, residenza, stato civile, identificativi fiscali, precedenti, permessi.
Qualcuno potrebbe dire che una società complessa ha bisogno di standardizzazione e semplificazione. Ma questo non è mai privo di effetti negativi. Ciò che non entra nello schema diventa invisibile; ciò che invece vi entra può determinare diritti, obblighi e interdizioni.
Il rischio, è che la mappa finisca per diventare il territorio.
La rappresentazione; l’artefatto digitale, finisce per diventare più rilevante della persona. E anche una rappresentazione parziale ha il potere di produrre conseguenze reali e totalizzanti sulla nostra vita.
Ora, la questione non è soltanto tecnica. No — è sociale; psicologica; ontologica.
Immagina un letto di ciottoli sul fondo di un fiume. Immagina di raccoglierli, uno dopo l’altro, e pesarli su una piccola bilancia. Migliaia, centinaia di migliaia, milioni di pietre.
Al termine dell’esperimento potresti calcolare il loro peso medio: diciamo 145 grammi. Il dato sarebbe scientificamente corretto e l’esperimento facilmente ripetibile da chiunque. Un risultato statisticamente solido.
Poi immagina di allungare ancora la mano verso il fondo del fiume e di raccogliere un ciottolo; poi un altro ancora e ancora un altro. Nessuno peserebbe 145 grammi. Forse, nell’intero letto del fiume, non esisterebbe una sola pietra con quel peso esatto. Il “ciottolo medio” è una finzione statistica: semplicemente non esiste.
In The Undiscovered Self, Carl Gustav Jung usa questa immagine per mostrare il limite della conoscenza statistica. La media descrive un aspetto reale dell’insieme, ma può falsificare la realtà empirica dei suoi componenti individuali.
Ogni pietra possiede un suo peso concreto, mentre il modello di 145 grammi è invece un’entità ideale, forse del tutto assente dall’intero letto. Non è che la statistica mente: è che dice la verità sulla massa, facendo scomparire l’unità.
Questa intuizione, formulata nel 1957 pensando al rapporto tra persona, società di massa e Stato, descrive con precisione l’attuale infrastruttura dell’identità digitale.
I migliaia di sistemi che dichiarano di possedere la nostra identità e di conoscere le nostre caratteristiche in realtà non incontrano mai un essere umano e non sanno nulla di noi!
Acquisiscono attributi, estraggono segnali, misurano le distanze rispetto a una popolazione e ci ricollocano dentro una distribuzione. A questi sistemi non interessa la singola pietra. Al massimo, interessa calcolare quanto una specifica pietra possa deviare dal modello statistico.
La promessa delle identità digitali non è sapere chi sei. L’operazione concreta consiste invece nello stabilire se possiedi determinati attributi e a quali categorie assomigli. Il Dio-Macchina ti conosce, ma non ti comprende. La differenza non è retorica.
Jung distingue la conoscenza dell’uomo dalla comprensione di un individuo: la prima ha bisogno di concetti generali; la seconda richiede invece di ignorarli, riconoscendo che ogni individuo è un’eccezione vivente. Come i ciottoli nel letto di un fiume.
L’infrastruttura digitale ha risolto il conflitto tra conoscenza e comprensione abolendo quasi interamente la necessità di comprendere. Conserva la conoscenza classificatoria e simula la comprensione attraverso modelli sempre più evoluti e granulari — che però rimangono una rappresentazione arbitraria della realtà. Il modello sembra personale perché è dettagliato, ma la granularità non coincide con l’individualità. L’individuo è più della semplice somma delle sue caratteristiche.
Con l’intelligenza artificiale, il processo fa un salto in più.
L’identità digitale diventa un’infrastruttura composita che integra identità legale, persistenza tecnica, comportamento, relazioni e inferenze probabilistiche. Governi e corporazioni non hanno più bisogno di conoscerti: gli basta riconoscerti nel tempo, collocarti in un cluster e rendere quella classificazione operativa.
Non più solo “chi sei”, ma: a chi assomigli? che cosa fanno normalmente le persone come te? che cosa è probabile che tu faccia dopo?
“Individuo” indica ciò che non può essere diviso. La profilazione digitale invece compie l’operazione opposta. Come un prisma, scompone il soggetto in centinaia di rappresentazioni di colori diversi: consumatore, debitore, elettore, politico, paziente, lavoratore, investitore, criminale.
Questi simulacri non devono neppure essere coerenti tra loro. Ogni sistema genera la versione della persona utile al proprio scopo.
La riconoscibilità persistente può sostituire l’identità formale.
Nel Panopticon Digitale, quando governi e corporazioni uniscono le forze e iniziano a correlare le rispettive informazioni, le rappresentazioni possono fondersi per creare un doppio digitale che tutti contribuiscono a far crescere. Un tuo sosia che dice di rappresentarti, ma che non è te e che non puoi controllare.
Il modello dice: altre “persone come te” hanno fatto questo. Poi modifica l’ambiente nel quale agirai in base a ciò che altre “persone come te” hanno fatto prima di te: seleziona i contenuti che puoi vedere, aumenta i controlli, riduce le opzioni, cambia i prezzi. Infine osserva la tua reazione e la utilizza come conferma.
È qui che la statistica smette di limitarsi a descrivere la realtà e comincia a produrla. La mappa organizza i sentieri lungo i quali il territorio dovrà muoversi.
Jung vedeva nella de-individualizzazione la premessa psicologica della società totalitaria.
Una massa composta da persone che hanno rinunciato alla propria interiorità-individualità non diventa una collettività più forte. Un milione di zeri, scrive, non produce alcunché: solo una superficie disponibile ad essere controllata da pochi individui.
Le nostre infrastrutture digitali trattano la deviazione dalla media come anomalia, l’anomalia come rischio e il rischio come giustificazione preventiva d’intervento.
La persona non viene punita necessariamente per ciò che ha fatto, ma sottoposta ad attrito per ciò che il suo profilo suggerisce che potrebbe fare. Non serve neanche più una rete di spie al soldo del dittatore a osservare ogni cittadino: bastano classificazioni interoperabili, incentivi convergenti e automatismi che trasforma inferenze in conseguenze.
Jung osservava anche che non si possono sottrarre agli uomini i loro Dèi senza sostituirli. Nelle democrazie tecnocrazie di massa le energie che una volta erano rivolte al sacro migrano verso l’influenza politica e il denaro.
E proprio il denaro oggi è al centro della de-individualizzazione massiva della nostra società.
Le transazioni economiche sono uno dei segnali più informativi sulla vita di una persona. Mostrano dove viviamo, come ci muoviamo, chi frequentiamo, in cosa crediamo, quali sono le nostre routine e quanto siamo vulnerabili.
Sei ciò che il sistema inferisce dal modo in cui spendi.
Quando identità legale, posizione geografica, profilo comportamentale e denaro convergono, la transazione diventa telemetria sociale.
Il contante conserva ancora una proprietà elementare: permette a due persone di trasferire valore senza chiedere il permesso a un’infrastruttura centrale e senza produrre necessariamente una registrazione permanente dell’evento.
Scambiare una banconota non richiede un’identificazione preventiva delle parti; non c’è un calcolo della reputazione e del punteggio di rischio di frode; non ci sono algoritmi anti riciclaggio che confrontano in tempo reale migliaia di transazioni simili; non ci sono sistemi che decidono se quell’operazione è coerente col profilo che è stato costruito su di te.
La banconota passa semplicemente da una mano all’altra. Con la moneta elettronica ogni pagamento diventa una richiesta, a cui può seguire un’approvazione o un rifiuto.
È in questo punto che l’identità, la profilazione e la moneta si saldano tra loro: l’identità digitale rende il soggetto leggibile, la profilazione lo scompone, lo confronta e lo rende prevedibile. E poi il denaro elettronico trasforma quella previsione in capacità concreta d’intervento.
Una società tirannica oggi non ha più bisogno d’imprigionare i corpi, basta restringere lo spazio di possibilità presenti e future. Le leve sono infinite: un pagamento ritardato, un conto sospeso per verifica, un trasferimento bloccato, un credito negato, un prezzo modificato in base al profilo, un servizio che improvvisamente richiede ulteriori documenti.
Tutto parte da un comportamento perfettamente lecito che, osservato da una distanza statistica rispetto al tuo gemello digitale, appare anomalo. La coercizione è lieve e porta con sé la cortesia della miglior burocrazia (per il tuo bene).
Il famigerato “social scoring” non avrà il volto che continuiamo a immaginare.
Non vedremo mai numeri e punteggi accanto al nostro nome, né un’autorità centrale che distribuisce premi e punizioni in base al comportamento.
Sarà invece un insieme di classificazioni parziali, punteggi invisibili, decisioni automatizzate e sistemi interoperabili che interconnettono identità digitale e moneta elettronica. Nella loro somma costruiranno l’ambiente entro il quale ci sarà consentito agire; non come individui ma come deviazioni più o meno tollerabili rispetto a una media (che nella realtà non esiste).
Qualche settimana dopo quella prima email, la mia nuova Carta d’Identità Elettronica arrivò per posta.
Aprii la busta, estrassi la tessera e la osservai per qualche secondo. Sopra c’era il mio volto e il mio nome. La infilai subito nel portafoglio, quasi a volerla nascondere per la vergogna: finalmente anch’io avevo un documento che attestava la mia completa leggibilità, classificabilità e interoperabilità.
IDENTITY STATUS: VALID
SUBJECT: RECOGNIZED
ACCESS: CONDITIONALLY GRANTEDSe ti è piaciuto, condividilo coi tuoi amici!




